Ebook-Il segreto del Contatto Alieno

Ebook - Il segreto del Contatto Alieno - Messaggi alieni - Vinicio de Bortoli
Il prof. Vinicio de Bortoli dice: Ho rivevuto la tecnologia BCI da una specie umanoide che è molto simile a noi e che fa parte della federazione VAM. Nel 1984 insieme al mio collega il Prof. Ugo licinio abbiamo ricevuto e poi brevettato il primo sistema di decodifica delle onde cerebrali. La federazione dei VAM ci sta aiutando ad affrontare in futuro i Vaux ed evitare così all'umanità l'estinzione. I Vaux sono una specie di predatori dello spazio, il cui unico interesse è quello di Studiarci e indurci ad autodistruggerci con le nostre mani, per evitare di farlo di persona. Il rapporto che c'è tra noi e loro è simile a quello che c'è tra noi e un Orangotan,per alcuni di loro siamo delle scimmie in uno Zoo, e il pianetaTerra è una sorta di di riserva naturale.

Aforismi

Dicono che gli animali non hanno un'anima...bè, io non ci credo.
Se avere un'anima significa essere in gradi di provare amore, fedeltà e gratitudine, allora gli animali sono migliori di tanti esseri umani.
J: Herriot

L'UOMO DELLA PIETRA

 

Sono arrivato al termine di un incredibile viaggio nel passato, un viaggio senza fine fra stupori e ansie struggenti, sofferenze, speranze, delusioni, rinunce.
Sono vent'anni che ho scoperto le tracce di una civiltà che si perde nella notte dei tempi, che sono penetrato in antichissimi mondi sconosciuti, in culture di cui si è perduta la memoria; località, abitazioni, usi e costumi, volti di uomini e di donne di quei tempi lontani mi sono diventati familiari.Non c'è stato giorno, in questi lunghissimi anni, che non sia vissuto almeno un poco con loro, per conoscerli meglio, per capire che cosa stavo vedendo. Non sono uno scienziato, non ho mai seguito studi di archeologia, paleontologia o simili.Solo il buon senso, una profonda conoscenza della natura umana e la convinzione che la Bibbia sia anche il compendio, tradotto in termini psicologici, dei fatti determinanti accaduti all'uomo fin dalle origini, la storia della nostra realtà; mi hanno aiutato in questo lavoro e sorretto nei momenti più neri, quando sentivo di avere contro di me la scienza ufficiale, i parenti, gli amici, gli interessi.
Ho le prove ormai, visibili e concrete, che una civiltà antichissima, molto progredita artisticamente, con conoscenze tecnologiche superiori e ancora sconosciuta, è esistita, e che l'uomo aveva l'aspetto fisico che noi abbiamo adesso, da molte migliaia di anni in più di quanto finora si era pensato.
Tutto ebbe inizio nell'agosto del '62 ad Ansedonia, sulla costa Toscana. Stavo scrivendo il copione di un film, quando il padrone dell'albergo dove abitavo mi disse che nella sua proprietà, in mezzo al materiale tirato fuori da certe grotte vicino al mare, si trovavano delle punte di freccia preistoriche di pietra e di osso.Nei momenti di riposo mi misi anch'io a cercarle e un giorno, mentre stavo curiosando ai piedi della parete circolare di una piccola grotta dalla volta crollata, trovai una decina di pietre da quattro a dieci centimetri di lunghezza, incollate nella roccia stessa con una specie di argilla fragile. Più tardi, spazzolando la rivestitura di argilla bianca che le avvolgeva, mi accorsi che erano degli utensili preistorici; punte, raschiatoi, bulini, lavorati con molta finezza, quasi ricamati, ma inadatti allo scopo perchè fatti con una pietra troppo tenera. Sembrava che quelle pietre, recassero incise facce e profili umani e figure di animali, ma se poi guardavo facevo fatica a rintracciare le immagini o addirittura non le trovavo più; pensai che fossero prodotti dalla natura o della fantasia. Insieme alle punte di freccia trovai altre pietre nei pressi della grotta crollata. Una particolarmente mi colpì, quando la impugnavo, il palmo della mano, vi aderiva così perfettamente da sembrare che fosse stata fatta su misura e le dita finivano in sedi consumate per il lungo uso. In alto emergeva come un profilo di nobil uomo, una specie di re. Impugnata dall'altra parte tutta la pietra sembrava come un uccello in piedi. Una notte, mentre ero intento a scrivere nella mia stanza, scoppiò un violento temporale e la luce se ne andò. Accesi la torcia elettrica, che mi serviva per andare a cercare nelle grotte e in attesa che tornasse la luce, mi misi ad esaminare una delle pietre che avevo messo sul tavolo di lavoro come fermacarte; mentre la rigiravo fra le mani, improvvisamente vidi sul muro, proiettata dalla pietra, l'ombra enorme di un uomo bestia, una specie di uomo di Neanderthal.La cosa più impressionante era che si trattava di un'ombra tridimensionale, l'occhio aveva una pupilla che si muoveva al minimo spostamento della pietra, mentre la bocca si apriva e si chiudeva come se parlasse.

Non potei evitare di ricordarmi di un articolo che avevo letto anni prima, sulle leggende che circondavano Ansedonia, l'antica città romana di Cosa, costruita su rovine etrusche, centro di favolosi tesori nascosti e mai ritrovati. Ma non vi era nulla di magico nell'ombra vivente, solo semplici accorgimenti tecnici producevano quell'effetto, il buchetto che nella pietra rappresentava il foro dell'occhio, era attraversato verticalmente da una barretta, muovendo piano la pietra orizzontalmente su se stessa avanti e indietro, l'ombra di questa barretta, cioè la pupilla, si muoveva. La bocca era formata da una fessura orizzontale, che ad ogni movimento della pietra lasciava filtrare più o meno luce, modificando in tal modo il contorno delle labbra.
L'effetto era comunque straordinario, la stessa pietra impugnata dalla parte opposta, proiettava la testa e il collo di un animale, probabilmente un dinosauro e in un'altra sezione ancora il profilo di un uomo con una lunga barba. La scoperta della pietra che proiettava "ombre animate", mi spinse a pensare ai nostri lontani progenitori e alle centinaia di millenni che avevano passato nelle caverne, durante i periodi glaciali, prigionieri del freddo e della fauna!
Vivendo per migliaia di secoli nelle caverne, illuminate da una sola fonte di luce, di giorno proveniente dalla entrata e di notte dal fuoco centrale, l'uomo doveva essere diventato un vero maestro della luce e delle ombre. La pietra proiettore, doveva essere solo uno degli innumerevoli tipi di oggetti che si era fabbricato per necessità o per passatempo, per ragioni didattiche o di comunicazione; l'abilità tecnica, non poteva essersi limitata alla riproduzione di ombre sulle pareti, ma doveva per forza essersi esercitata in altri settori e aspetti della vita. Con grande preoccupazione del mio produttore che aveva una villa ad Ansedonia e mi aveva fatto venire a lavorare vicino a lui proprio per potermi avere un po sotto controllo, cominciai a comprare libri divulgativi di archeologia e ad andare in giro con un sacchettino per le pietre; in uno di questi libri lessi dell'enorme "buco nero" archeologico, circa 25.000 anni, che si riscontra nella evoluzione artistico-culturale dalle pitture rupestri spagnole alla scrittura pittografica - ideografica egizia, frattura data dall'assenza di una massa di reperti adeguata all'importanza dei due eventi. La riduzione di tutta la realtà ad una serie di simboli, un salto culturale così eccezionale, fa presupporre una intensa e vastissima attività in molti altri campi dell'arte figurativa e poiché questa sperimentazione doveva essere stata lenta e massiccia, doveva essersi particolarmente esercitata sulla pietra, materiale generalmente non deteriorabile, o sull'argilla, il legno e l'osso, destinati in buona parte a pietrificarsi; non riuscivo a capire dove fossero andate a finire le tracce di questa evoluzione. Del resto comunità di individui di sesso e di età diversi, costrette a vivere in spazi ristretti, non potevano aver trascorso diverse ore di veglia, assolutamente libere ogni giorno, senza far nulla; condizione che non favorisce di certo alcuna evoluzione; non sono certo queste le condizioni adatte per evolversi come invece è avvenuto. Doveva esserci stata senz'altro un'altra attività, che consentisse particolarmente l'evoluzione del fenomeno della riflessione, un'attività legata al campo dell'arte figurativa, come il passaggio dalle pitture rupestri al simbolo ideografico lasciava supporre. Mi venne in mente un'idea, talmente ovvia da sembrare perfino stupida; per i nostri antenati la luce delle caverne doveva essere più naturale della luce del sole, poiché era in quella luce che erano abituati a vivere la maggior parte del loro tempo. Riprodussi allora, nella mia camera d'albergo, la luce bassa e diffusa delle caverne e cominciai a guardare in quella luce, gli utensili trovati nella grotta crollata e che all'aperto mi erano sembrati lavorati.
Le immagini cominciarono come per incanto ad apparire più chiaramente, ma mi ci vollero due nottate per capire che la luce adatta da sola non bastava e che per ottenere la visione corretta occorrevano anche la distanza giusta dall'occhio alla pietra e una velocità particolare per girarla sul piano. Appena potei visionare un reperto nel giusto modo, fu come metter un film nel proiettore; facce, profili umani, figure di animali, si susseguivano davanti ai miei occhi sbalorditi ad ogni sesto, ottavo giro della pietra. Le immagini erano belle e di un realismo sorprendente e questa volta non sparivano, potevo rivederle quando volevo.
I volti erano moderni, i costumi vagamente orientali, alcuni personaggi sembravano portare mitrie, corone, turbanti. Le pietre, non lavorate in forma convenzionale, erano incise o scolpite in modo che prendendole in mano da qualsiasi punto di vista, si potessero vedere delle immagini; sembrava che l'aspetto naturale della pietra grezza, fosse stato adattato per assomigliare a qualcosa di umano se osservato da un punto di vista soggettivo; qualcuno, qualche tempo dopo, mi spiegò che si trattava di un tipo di lavorazione "anamorfico". Nei giorni e nelle notti che seguirono, potei controllare, che gli utensili posati su un piano, avevano una media di quattro - cinque posizioni stabili e che ogni posizione stabile conteneva una media di sei - otto immagini, il che significava che ogni oggetto riproduceva fra trenta e quaranta immagini diverse.
Feci una prova; per descrivere una sola immagine dovevo usare più parole (per es. faccia di uomo maturo, bello, mite, espressione stupita) quindi una frase che per quanto telegrafica era in media di sette - otto parole. Ogni pietra perciò, non conteneva solo trenta-quaranta immagini, bensì, in pratica, fra le duecentocinquanta e le trecento parole, ovvero un piccolo racconto.
Forse il seguito delle immagini non era così caotico come a tutta prima appariva, forse aveva un senso, una logica e quindi descrivere e narrare qualcosa.
Uomini così sensibili e progrediti sia tecnicamente che artisticamente, dovevano aver sfruttato queste loro qualità nel modo più razionale, per comunicare. Forse avevo trovato un "altro" tipo di linguaggio, un mezzo di espressione e di comunicazione delle idee e dei concetti preistorici, sicuramente ben più evoluto, di qualsiasi altro noto fino ad ora.
Anche la frattura archeologica nella storia della evoluzione artistico-culturale, prima e dopo le pitture rupestri, poteva essere spiegata; le tracce c'erano ma per poterle vedere occorrevano le stesse condizioni di luce nelle quali erano state lavorate; quante volte le guardavamo e non le vedevamo, anzi tiravamo loro dei calci? Qui mi prese la paura di sbagliare, di dire cose inesatte e in un campo non solo per me nuovo; forse tutte le pietre del mondo contenevano immagini di uomini e di animali, poteva essere una specie di fenomeno naturale?
Allora presi delle pietre, le ruppi a metà e cominciai ad esaminarle dentro, con la stessa tecnica ed attenzione con cui avevo guardato le altre, ne spaccai una cinquantina, esaminai un centinaio di superfici interne (negli anni successivi ne avrò esaminate un migliaio) ma non riuscii mai a ritrovare nulla che fosse simile a quanto avevo visto e potevo vedere nelle pietre di Ansedonia; al massimo trovai su qualche superficie, un'abbozzo di immagine chiaramente molto casuale.
Mi convinsi allora, di aver veramente trovato, un linguaggio artistico diverso, ovvero il segreto, che mi consentiva di leggere gli artefatti di una cultura dimenticata, probabilmente le tracce di un'antichissima civiltà antidiluviana di cui parla anche la Bibbia, o di quelle fantastiche che vengono menzionate nei Veda; forse potevano essere addirittura le tracce di coloro che vissero nella mitica Atlantide?
Le docce fredde non tardarono, quando nel mio entusiasmo cercavo di mettere al corrente di quello che avevo trovato, amici, parenti, colleghi e mi dovevo inevitabilmente scontrare e molto spesso con il loro scetticismo!
Mostrare le immagini a qualcuno, non era di certo una cosa semplice, occorreva soprattutto una bella preparazione e l'esatto punto di vista soggettivo e poi cambiarlo spesso di pochi centimetri; e questo semplice fatto era difficile da dimostrare, se si voleva contemporaneamente guardare in due, anche guancia-guancia bisognava spesso cambiarlo anche di pochi millimetri, e questo significava non vedere più niente o vedere immagini diverse da quelle che io tentavo di annunciare.
E allora cominciavano i sorrisetti ironici, i consigli di lasciare l'archeologia agli addetti ai lavori, e quando capitava di intravedere qualche immagine, subito c'era chi sosteneva che si trattava di immagini casuali e del tutto naturali.
Inutilmente cercavo di spiegare, che una natura che si incarica di produrre decine di profili, facce, figure umane, animali con tratti anatomici regolari, su una stessa pietra, e visibili chiaramente solo da una particolare prospettiva, sotto una certa luce, ad una determinata distanza, avendo cura di utilizzare una lenta velocità di rotazione, era una natura davvero ben strana...
Bisognava trovare un collegamento anche occulto, fra la pietra e l'immagine umana, un fatto cioè ancora più inverosimile che non la stessa semplice ammissione, che quelle immagini fossero veramente prodotte dalla mano dell'uomo.
Invano mi affannavo a ricordare che la procedura per leggere le pietre non era più complicata di quella che occorreva per leggere un libro (prenderlo dalla parte giusta, aprirlo dalla prima pagina, cominciare a leggerlo dalla prima riga, da sinistra verso destra, per poi passare alla seconda riga, leggendo sempre da sinistra verso destra e così fino alla fine della pagina, per poi voltare la pagina e ricominciare nello stesso modo e così via, tutto questo sempre con un minimo di luce adatta per poter vedere). Avrei voluto che tutti mi credessero e mi capissero, che riconoscessero che avevo ragione; ero sicuro ma troppo impulsivo e poco scientifico, spesso mi sono comportato come uno sciocco.
Oggi mi vergogno di quello che avrà pensato di me un corrispondente del "Times" che un amico una sera mi mandò, e che di fronte a quei sassi, stesi sul letto, dopo il solito guancia-guancia nella semioscurità, nel tentativo di fargli vedere le famose immagini, se ne andò quasi indignato.
Talvolta le critiche erano così fraterne e convincenti da mettermi veramente in crisi; dopo tutto ero un ottimo scrittore di cinema, conosciuto anche all'estero, bisognava piantarla di scherzare e tornare a fare la persona seria. Ma le pietre erano lì, le potevo toccare, girare, guardare, e quelle immagini erano davvero belle e misteriose, ma non cambiavano; inoltre basandomi sull'ubicazione dei ritrovamenti di Ansedonia, trovavo spesso nuove località con altri meravigliosi reperti.
Come sui Monti Albani, sulla parte alta del Lago di Albano o sulla via Aurelia, vicino a Torrimpietra dove erano state scoperte le ossa di un Mammouth, mentre stavano costruendo la superstrada. Proprio curiosando fra gli scavi, trovai un bellissimo pesto in pietra e una conchiglia, usata senz'altro come lampada e una pietra cubica insieme ad una statuetta, raffigurante una specie di scimmione con un casco e una tuta moderna … tutti dello stesso tipo della "cultura di Ansedonia" come ormai li chiamavo.
Intanto, ero riuscito a migliorare la visione dei reperti, usando una luce così diffusa da non produrre false ombre, il che era anche logico se i nostri antenati lavoravano la pietra con una luce di taglio, la lettura doveva avvenire con la stessa (e perfettamente identica) luce di taglio; quindi sia il momento della lavorazione che quello della visione dovevano coincidere, ovvero doveva effettuarsi in una luce comune a tutti i manufatti e cioè senza ombre.
Con questo nuovo sistema di lettura, mi accorsi che girando la pietra tenuta in mano, imprimendole variazioni minime di asse rispetto alla luce, secondo quel che suggerivano le linee e osservando le figure che apparivano al di sopra delle linee stesse, il seguito delle immagini non era più senza senso, ma serviva a descrivere un piccolo fatto, come le stesse parole servono per descrivere una frase.
Muovendo una pietra, che rappresentava una figura di donna di fronte a quella di un uomo, vidi che per effetto dell'altorilievo, la figura dell'uomo sembrava avvicinarsi a quella della donna, fino a confondersi in un abbraccio, inoltre le facce muovevano gli occhi e la bocca … e forse per effetto della permanenza delle immagini nella retina, il passaggio da un'immagine all'altra sembrava avvenire come per quella che in un qualsiasi film si chiama "dissolvenza incrociata".
Mi sentivo davvero confuso dalla grandiosità di quello che andavo trovando e contemporaneamente mi accadeva un fatto strano, sentivo in modo sicuro che qualcosa di determinante stava accadendo nel mondo, per cui tutti gli uomini di buona volontà erano obbligati a dare il meglio di sé, in assoluto, per il raggiungimento della conoscenza e della verità.
Il cinema che era stata la ragione prima della mia vita per tanti anni perdeva gradualmente di interesse; ero convinto che con questo mezzo non si poteva più comunicare efficacemente.
Da una parte, il condizionamento economico e politico, impediva di esprimersi in piena libertà e dall'altra, il pubblico ormai sapeva a livello inconscio che tutto quello che accadeva, nei film, anche nei migliori, era stato opportunamente girato e preparato diverse volte e quindi non era vero!
Fare il cinema non era più una vocazione, voleva dire assecondare la propria vanità e il proprio desiderio di benessere; prevaleva in me, un grande desiderio di divulgare al più presto, ciò che avevo scoperto e non potevo contare sulla collaborazione di scienziati, un paio di tentativi furono semplicemente disastrosi.
La particolare messinscena, per visionare al meglio tali reperti, dava alla dimostrazione un'aria di ciarlataneria; gli scienziati non vollero mai assistervi e mi invitarono a portare delle buone fotografie, prima di riprendere qualsiasi discorso; ma fotografare (e quì eravamo con le tecniche degli anni "60 ... NdR.) rappresentava una difficoltà enorme, bisognava fotografare quello che l'occhio vedeva, in una luce bassa e diffusa, solo come un occhio lo vedeva.
SE la foto veniva più chiara, era come se la pietra si fosse avvicinata troppo all'occhio e l'effetto era irrimediabilmente perduto.
Passai mesi e mesi a cercar di ottenere risultati positivi, chiesi consigli a tutti gli operatori, ai fotografi che conoscevo, inutilmente.
Nella stessa casa di mia madre, dove mi fermavo qualche volta passando da Roma, se mi mettevo a fotografare reperti, si faceva un silenzio di tomba, sguardi carichi di drammatico rimprovero, tentavano di raggiungere la mia coscienza; piano piano mi accorsi, che delle pietre non potevo parlare con nessun altro, all'infuori di due vecchi amici, Peter Tompkins uno scrittore americano che avevo conosciuto a Roma dopo la guerra e Harold Fischbaker, un piccolo editore franco-americano che aveva una delle più antiche librerie d'arte di Parigi in Rue de Seine.
Harold mi presentava persone dell'ambiente culturale, che potevano essere interessate al problema e mi metteva a disposizione, la libreria per le informazioni di cui avevo bisogno; con Peter invece iniziai, una corrispondenza che andò avanti per molti anni; abitava negli Stati Uniti, era molto addentro a studi esoterici, scriveva libri sulle Piramidi egizie, messicane, sugli obelischi, sui Rosacroce, sui Templari; ne scrisse uno anche sulla vita segreta delle piante e mi aiutava moltissimo a dare un senso preciso a tutto quello che trovavo, mi metteva al corrente dell'importanza della "pietra" nella tradizione, mi mandava citazioni che la riguardavano nei testi sacri indiani, tibetani, cinesi, mussulmani ecc. e poi mi incoraggiava nei momenti di debolezza o mi prendeva in giro per risvegliare il mio amor proprio, quando stavo per abbandonare.
Avevo ormai perso ogni interesse per il cinema, ma dovevo pur farlo, magari senza firmare, per vivere; ovunque mi spostassi per ragioni di lavoro, continuavo nella mia ricerca nelle località più adatte che ormai individuavo con una certa facilità, o nei luoghi che altri avevano gia scavato, archeologi o costruttori, non potendo permettermi di farlo io stesso con i miei scarsi mezzi e trovavo spesso reperti di rara bellezza; in Inghilterra, fra New Market e Cambridge, trovai una serie di pietre lavorate in un modo ancor più misterioso, non erano ne scolpite ne incise, eppure le immagini apparivano nelle parti lucide della selce, prodotte dal riflesso della luce. I volti avevano occhi e bocche che si muovevano e le figure si animavano, alcuni personaggi portavano dei caschi e una specie di maschera davanti alla bocca, altri sembravano avere delle maschere metalliche. La cosa curiosa era che le pietre trovate in Bretagna, in Francia o ad Alicante (in Spagna) recavano immagini simili a quelle inglesi; di fronte a queste pietre straordinarie, apparentemente magiche, forse capii qual'era la ragione, dell'avversione che gli antichi ebrei avevano maturato, per la riproduzione delle immagini; infatti, se queste pietre potevano lasciare sbalordito me, uomo moderno abituato alle quotidiane conquiste della scienza e della tecnologia, c'era ben da immaginarsi cosa poteva capitare a chi in quel tempo "inciampava in una pietra", come queste. Ne parla anche la Bibbia.
Ignaro che da tre milioni e mezzo di anni, i nostri antenati costruivano utensili, che da settecentomila anni l'Homo Sapiens accendeva il fuoco e viveva in comunità e non potendo lontanamente pensare che quegli oggetti fossero opera delle capacità dell'uomo; il malcapitato che vedeva il contenuto di tali manufatti, credeva che la pietra stessa fosse Dio e perdeva così la Fede nel Dio d'Israele; fù forse per questi motivi che Isaia cercava di mettere il popolo sull'avviso, avvertendo che questi oggetti non erano Dio, ma solo "opera di antica mano"?
Fù forse, proprio a causa di queste pietre che ebbe origine l'idolatria dei popoli che circondavano Israele?
Probabilmente è così, ma doveva esserci di più molto di più, qualcosa ce la dice la tradizione ebraica, la quale doveva conoscere anche le ragioni morali, che avevano condotto a un tale ostracismo.
Ma quali furono le ragioni, che avevano portato questa grande civiltà delle immagini, al declino e poi alla scomparsa?
Rendendomi conto della delicatezza della materia, decisi di rivolgermi per avere chiarimenti, proprio alla sede che più di ogni altra mi parve rigorosa e competente a giudicare; feci una comunicazione della mia scoperta a un padre Gesuita, insegnante alla facoltà di Teologia di Granata in Andalusia e ad un altro padre Gesuita di "Civiltà Cattolica" a Roma che mi conosceva, per il mio lavoro nel mondo del cinema; ero convinto che quello che era stato "tabù" fino a ieri, alla luce della Scienza, poteva ora essere divulgato, senza pericolo per la fede dei credenti.
Ricevetti lusinghieri incitamenti a continuare nella ricerca e a pubblicare, il che però significava fotografare, cosa che ancora non mi riusciva.
Per ovviare a questo inconveniente, a Malaga dove mi trovavo con alcuni amici poeti, "beatniks" di San Francisco, fabbricai un marchingegno che consentiva a chiunque la visione corretta delle immagini, una scatola di latta rotonda di tabacco da pipa, con sopra una pietra, che potevo far girare a distanza con dei fili, sistemata in mezzo ad un tavolo, intorno al quale, più persone sedute alla distanza voluta e con un oculare di carta, potevano osservare la pietra che girava nelle condizioni richieste; le dimostrazioni ebbero molto successo, Philip Lamantia, Vanderbroek e altri scrittori americani non credevano ai loro occhi.
Ma nessuno scienziato, accettò mai di esaminare le pietre in quelle particolari condizioni, mi chiedevano solo in quale località e in quale strato avessi trovato i reperti e siccome ero un po’ vago perché non ero un archeologo, mi licenziavano; poiché dall'esame col carbonium 14 non si poteva stabilire una datazione certa, andai a cercare altri reperti in una località inglese dov'era avvenuto uno scavo in una industria litica del paleolitico inferiore; trovai tre pezzi magnifici, ma quando ritornai dallo scienziato con cui ero in contatto, questi mi disse che il ritrovamento non era valido, perché i pezzi potevano essere stati abbandonati in quello scavo da qualcuno (sic).
In Spagna allora si spendeva poco per vivere, andai ad abitare in una casetta di pescatori, una stanza tutto compreso sulla spiaggia di Nerja, vicino a Malaga; scrivevo saggi filosofici sul "mezzo di espressione" e cercavo in Andalusia le località adatte per i miei reperti, ogni tanto andavo a Londra a vendere una storia o a collaborare a qualche sceneggiatura per un amico produttore, con il quale da ragazzo avevo cominciato a fare il cinema a Milano.
Le località, dove i misteriosi abitanti, appartenenti alla civiltà scomparsa abitavano, erano bellissime; o vicino al mare come Ansedonia, Alicante, Nerja stessa o sulle rive di fiumi disseccati e in alto nelle grotte orientate a Sud. A Roma trovai oggetti bellissimi sull'antico letto del Tevere, all'altezza della Magliana; non sapevo ancora se erano stati gli abitanti delle grotte a fabbricare quegli oggetti straordinari, le immagini dei reperti, mostravano due tipi d'uomo, uno all'incirca con le nostre stesse fisionomie, un altro all'apparenza estremamente più evoluto, dai tratti bellissimi, che spesso portavano caschi o maschere dall'aspetto metallico; i primitivi comunque abitavano nelle grotte e nelle pietre si vedeva bene che guardavano verso l'alto … poi girando convenientemente le pietre apparivano "gli altri".
Ogni anno che passava, mi separava sempre più dal mio ambiente, dal mio lavoro abituale, dalle persone che mi avevano accompagnato nella vita; qualche volta provavo un'acuta nostalgia, per i vecchi amici che continuavano a fare i film e di cui ogni tanto vedevo i manifesti in giro per il mondo, Fellini, Antonioni, Zampa, Zavattini, De Laurentis e altri coi quali avevo diviso e condiviso speranze, successi, notti insonni e notti di intenso lavoro; me li immaginavo mentre si riunivano nelle loro case accoglienti, a cercare storie, imbastire produzioni, mentre io andavo in giro a cercare sassi, magari con le mani rovinate e gli abiti sporchi e a volte mi sentivo veramente umiliato.
Ma bastava che mi ritrovassi nella mia stanza a visionare quei reperti, che ogni tristezza scompariva; era come assistere in continuazione al più bello dei film.
Mondi scomparsi mi afferravano, personaggi sepolti da migliaia di anni, mi guardavano, mi parlavano, e vivevano di nuovo.
Una caratteristica curiosa era la diversità degli stili, che trovavo nelle immagini, miceneo, assiro, maya, etrusco, incas, cinese, ed altri insieme a quelli della "cultura di Ansedonia".
A Guadix trovai dei pezzi ancora più strani, delle parti erano come stampate su una pellicola leggera, che rivestiva la superficie della pietra; chi aveva lavorato quegli artefatti? Come erano scomparsi? Qual'era stato il tragico destino che li aveva portati alla distruzione?
Per quanto mi sforzassi, non riuscivo ad immaginare con quale genere di prodigiosa tecnica fossero state lavorate quelle pietre; cominciai a pensare, che avessero collegato una tecnica usuale portata ai massimi dell'efficienza partendo dalla iniziale modellazione dell'argilla, del legno, dell'osso, della pietra.
Con l'energia che consideriamo puramente umana, il tatto, la vista, la volontà?
Per esempio, dovevamo considerare che si trattasse opera di magia? Forse per questo motivo i loro stessi costruttori, un giorno, cominciarono a distruggersi?
Questi antichi uomini, dovevano aver carpito qualche gran segreto della natura e lo strumento per la lavorazione di quegli oggetti poteva essere ditipo paranormale?
Ammettiamo pure, che sapessero sfruttare particolari energie a loro beneficio, e che con l'uso appropriato di queste, potevano addirittura tecnicizzare questa meravigliosa arte onde "pantografare" nella pietra la realtà, poi forse … per aver abusato nel toccare l'albero della vita e della conoscenza, erano stati puniti con l'autodistruzione.Così fantasticavo …
Ogni tanto ricevevo da Peter Tompkins notizie sulle ricerche che egli stava effettuando nel golfo del Messico, o sulle mitologie di varie civiltà; e più mi calavo nel mistero delle nostre origini, più venivo portato a fare profonde speculazioni metafisiche e a considerare la consoscenza di grandi scoperte spirituali, attraverso le quali la natura della pietra, quella della mente, gli studi del punto e del movimento, nei racconti delle origini erano un tutt'uno ... ed erano meditazioni profonde che occupavano continuamente il mio spirito.
L'esperienza della pietra, si rivelava come un'altissima disciplina spirituale; la lotta che continuamente si svolgeva in me fra quello che volevo fare e quello che dovevo fare per sopravvivere, ed investiva tutta la mia vita.
Cominciavo a capire, perché la pietra occupasse una posizione di privilegio nella tradizione; perché si dicesse che esisteva un rapporto stretto fra l'anima e la pietra; e che alcune pietre vive cadute dal cielo mantenessero la loro vita, fossero considerate come "parlanti", o contenessero inciso un oscuro messaggio antico o una profezia.
Compresi il perché, la pietra materializzasse lo spirito e avesse un posto preminente in tutte le religioni del mondo; <> … <> … sono decine, centinaia, le citazioni sulla pietra, solo nella Bibbia e nel Nuovo Testamento.
La ragione è che: tramite la pietra, l'uomo comincia la sua interminabile ascesi per la conquista della riflessione e dello spirito; dapprima egli riconosce se stesso nella natura, in un legno o in una pietra, che casualmente reca un volto che gli assomiglia, poi col tempo cerca di fare assomigliare sempre di più a se stesso quello che in natura casualmente gli somiglia; finché si crea una tecnica nella manipolazione della materia, che gli permette di riprodurre a piacere se stesso e tutto cio che è circostante, al punto che, impossessandosi di tutti i segreti per la tecnica di tale lavorazione della pietra, comincia a vedere se stesso agire nella realtà che riproduce e sperimenta senza intervenire fisicamente, la realtà prossima a venire, riflette, immagina, sintetizza sempre di più queste immagini, le riduce a simbolo, poi riduce tutte le realtà ad una serie di simboli, fino al formarsi del pensiero attuale.
La vita mi obbligava ancora a lavorare per vivere, e a concedere sempre meno spazio a queste antiche civiltà, malgrado le prove quasi schiaccianti che avevo accumulato, nelle migliaia di immagini, trovate all'interno di quei trecento eccezionali reperti, non ero ancora riuscito ad avere una sola foto convincente, che dimostrasse scientificamente, la validità di quanto avevo fino ad allora trovato.
Sentivo che sarebbe stato estremamente importante poter dimostrare con dei fatti, toccando con mano, alla maniera del nostro tempo, per quale errore una civiltà così progredita come quella che vedevo e che immaginavo, era scomparsa dalla faccia della terra e dalla storia. Facevo programmi televisivi, alcuni anche di un certo rilievo, ed ero sempre in giro per il mondo; trovai reperti della stessa cultura sulla West Coast degli Stati Uniti, in Corea, alle Canarie, in Messico, evidentemente tale civiltà era diffusa ed estesa in tutto il mondo; su una pietra inglese, trovai le immagini di un sacrificio umano, un uomo incappucciato teneva la sua vittima ferma, mentre un altro incappucciato le tagliava la gola con un oggetto triangolare; poi come nei sacrifici aztechi, mangiava il cuore; sulla stessa pietra era riprodotto il profilo del Dio azteco della pioggia!
Per due anni fui così preso dalla realizzazione di un lungo programma sui movimenti giovanili americani, che quasi finii per dimenticare quelle mie esperienze archeologiche; avevo sempre con me, qualche bella pietra da guardare, ma era diventata più che altro una semplice abitudine.
Un giorno, nel North Dakota, mentre facevo un programma sugli indiani americani, mi capitò di filmare il Monte Rushmore nelle Black Hills, le montagne sacre dei Sioux e anche della democrazia americana, da quando sulla roccia furono scolpite le teste gigantesche di quattro presidenti.
A New York, mandando avanti e indietro il film alla moviola, mi accorsi che accanto alla testa del presidente George Washington si notava il profilo di un pellerossa grande almeno cinque volte i volti dei presidenti; la visione era stata possibile perché il giorno della ripresa era una giornata grigia e senza ombre, la medesima condizione ideale, che avevo compreso fosse importante per leggere quelle pietre, e fu solo la mia abitudine a leggere quelle pietre che mi permise di scoprire questa immensa immagine; per quasi quarant'anni, milioni di visitatori ad ogni anno e nessuno se n'era mai accorto !!!
Il servizio andò in onda anche in Italia, nel programma televisivo "Odeon" e una grande rete americana, la NBC mi fece un intervista in "Today Show" trasmettendo anche il brano girato su "Odeon". In quattro giorni il servizio andò in onda cinque volte negli Stati Uniti e dovetti dare anche per telefono "per la RAI corporation" decine di interviste in tutto il Paese; ne parlo solo perché quell'episodio, servì a ricordarmi che sapevo leggere le pietre e che non mi sbagliavo e questo fatto mi fece ritornare a quei particolari interessi.
Un giorno in Francia, diciannove anni dopo la scoperta di Ansedonia, mi capitò di trovare vicino a Fleury Merogis (a pochi chilometri da Parigi) un selce a forma di mezzo uovo, che aveva una particolarità eccezionale, se toccato su un piano perfettamente liscio e duro continuava ad oscillare per oltre due minuti; sulla pietra si vedevano immagini così chiare che ebbi l'impressione di poterle fotografare con successo.
Di ritorno a Firenze, per fotografare misi sottosopra la casa del caro amico d'infanzia che mi ospitava, e qualcosa venne fuori, tanto da farmi sperare di poter avere finalmente successo, usando macchine più moderne e più adatte alla fotografia di questi reperti.
Telefonai a Peter Tompkins per raccontargli quello che stava accadendo e Peter mi disse di raggiungerlo subito nella sua casa in Virginia per lavorare insieme alla riuscita delle foto.
In Virginia speranze e delusioni si alternarono per un paio di settimane; le foto fiorentine non erano un gran che e quelle fatte con Peter non erano ancora così convincenti per realizzare una pubblicazione.
La famiglia e gli amici di Peter cominciarono nuovamente a scuotere il capo e forse a pensare che fossi irrimediabilmente un visionario!
Come ultimo tentativo Peter mi mise a disposizione una telecamera con video registratore per provare con quella a filmare le pietre; una mattina all'alba trovata la luce adatta, cominciai a muovere i reperti davanti all'obiettivo della telecamera e di colpo sullo schermo del televisore, cominciarono ad apparire ingrandite decine di volte le immagini contenute nella pietra, erano chiare abbastanza fedeli, belle, colorate e tutti le potevano vedere, esattamente come io le vedevo.
Quello che avevo inutilmente sognato per diciannove anni si era improvvisamente avverato.
In un paio di settimane di lavoro, riuscii a riprendere con la telecamera la pietra francese di Fleury Merogis e una inglese di New Market; decine di immagini chiare e belle, che piacquero a tutti i familiari e agli amici di Peter; io e Peter non potevamo ancora credere che fosse vero, andammo a New York e Peter invitò il più scettico dei suoi amici a visionare il videotape, era Sidney Gruson, il vice presidente del "New York Times" … ma c'erano davvero le immagini di cui raccontavo?
E si potevano davvero vedere?
Gruson le vide e le piacquero molto; il secondo passo fu quello di mostrare il videotape al senior editor della casa editrice newyorkese Harper & Row, la risposta fu la medesima, il videotape era di grandissimo interesse; un'amica di Peter, Katryn Kean organizzò una visione per degli artisti di New York nello studio della pittrice Mimi Gross e il successo fu ancora più grande del previsto; tutti rimasero ammirati ed esterrefatti, dalle quelle singolarissime immagini, che dopo tante migliaia di anni di silenzio tornavano alla vita.
Non c'erano più dubbi.La dottoressa Lois Katz, Direttrice di un settore del Metropolitan Museum di New York, con i suoi tre assistenti, trovò il videotape molto stimolante ma altrettanto inesplicabile.Al Country Museum di Los Angeles dove la dottoressa Katz mi mandò per mostrare il videotape al dottor Peter Meyer e ai suoi assistenti, fu da avanzata l'ipotesi che quelle immagini fossero casuali ma poi ritoccate e riabbellite da mano umana; non era quello che speravo ma era gia un piccolo successo, la prima ammissione scientifica, anche se fatta a voce, che l'uomo poteva essere intervenuto nella lavorazione di queste immagini; eppure ci sarebbe voluto ancora un anno, prima di arrivare a risultati ancora più concreti, e alle foto per la pubblicazione.
A Firenze dove tornai per tentar di fotografare i reperti con un amico fotografo, Piero Boni, mi successe un fatto curioso che nei molti anni di lavoro passati a studiare queste pietre non mi era mai capitato; trovai una pittrice Nilou Kashfi, che non solo credette subito alla mia teoria della civiltà scomparsa, ma riuscì a vedere le immagini delle pietre senza che le spiegassi come fare; fu molto sorprendente e la sua collaborazione si rivelò di buon auspicio; un particolare strano, mi accorsi che la pittura della Nilou aveva qualche somiglianza con la tecnica delle pietre.
Boni fotografò le immagini del videotape mentre passavano sul monitor, ma le foto non erano sufficientemente belle per essere pubblicate, servirono però a far vedere agli increduli in Europa e negli Stati Uniti, che le immagini c'erano veramente e che non erano un parto della mia fantasia.
Una sera al cinema Archimede di Roma durante l'intervallo mi misi a guardare una piccola pietra che avevo in tasca; la visione era perfetta, la migliore che mi fosse mai capitata di osservare, presi nota della disposizione delle luci e appena arrivato a Firenze rifeci con Boni la stessa disposizione per fotografare i reperti e questa volta finalmente, dopo vent'anni e tre mesi di tentativi, le fotografie erano sicuramente pubblicabili.
Chiedo perdono alla Scienza per le cose inesatte che posso aver detto, trasportato dall'entusiasmo e dall'ignoranza, non sono uno scienziato; sono soltanto uno che per qualche ragione, aiutato da un po di fortuna, ha trovato delle antiche immagini lavorate in modo insolito su delle pietre e desidera che altri più esperti di lui le vedano e ci spieghino che cosa sono, che cosa significhino, chi le ha fatte quando e dove?
Il mio sforzo continuo, non è stato quello di formulare teorie, ma di accumulare immagini e prove tali da rendere impossibile sostenere che quelle immagini non sono opera umana e che non si tratti di un'antica cultura scomparsa; sono venuto a conoscere molte cose su questa civiltà, oltre a quelle a cui quì ho accennato, cose così sorprendenti che non mi azzardo neppure a riferirle, perché temo di essere preso ancora una volta per visionario.
Desidero che altri possano scoprire questi fatti e che facciano sapere a tutti, per quale ragione una grande civiltà primitiva, diffusa in tutto il mondo, artisticamente raffinata ed estremamente abile nel manipolare la materia, sia improvvisamente scomparsa dalla faccia della terra così da essere perfino cancellata dalla memoria degli uomini.
Sarebbe oltremodo istruttivo saperlo oggi, quando allegramente seduti sui miliardi di tonnellate di tritolo delle nostre belle bombe atomiche, dimentichiamo di che cosa sia veramente l'uomo, della sua eterna lotta per la conquista dello spirito, delle sofferenze patite dai miliardi di miliardi di esseri fin dalle antiche origini per tentare di migliorarsi. Viviamo in un periodo così scientifico, che non è per niente razionale e scientifico, supporre che la nostra civiltà sia riuscita a comprendere gia tutto; l'esperienza ci insegna che sappiamo davvero pochissimo e che solo faticosamente e lentamente possiamo conquistare qualche nuova conoscenza, mentre molti problemi fra quelli più profondi ed essenziali da comprendere continuano a sfuggirci; non è scientifico, per esempio, rigettare in blocco una tradizione spirituale, quasi antica quanto l'uomo, accumulatasi pazientemente e dolorosamente in tantissimi anni, fin dai primordi del HOMO ERECTUS; e mi sembra perfino un po stupido, ritenere che di queste centinaia di migliaia di anni, solo gli ultimi cinque o seimila, siano quelli dove l'uomo ha veramente dimostrato le sue migliori capacità artistiche e intellettive!
Viviamo pur sempre in una grotta, solo un po più grande e meglio illuminata, non più limitata dalla sola materia ma ampliata dalle nostre più svariate conoscenze, dai nostri sensi (di una parte dei quali, abbiamo perduto la primieva capacità sensoriale, che era assai più elevata ...) e dalla nostra parziale umanità, fondata sulla base di precisi valori morali (che sono reali, solo e sopratutto sulla carta, e sui protocolli di intesa ...)
E però, ancora non comprendiamo il mistero della vita, o quale sia la migliore attività artistico-culturale per comunicare, oppure quella che si è rivelata la più adatta o la più adattata ai tempi ...
Fuori dalle nostre grotte non ci sono più il gelo ed i mostri feroci, l'uomo di oggi è solo e in lotta contro l'altro uomo, ma spesso contro la parte negativa che ancora dimora in lui.
Ieri riproduceva il passato e il presente sulla pietra, per poter osservare il circostante e vedersi nel circostante, per impadronirsene e per poter agire in esso senza muoversi … e cioè riflettere e immaginare; oggi, da un paio di secoli almeno, stiamo proiettando noi stessi sulla materia, riproducendo su di essa, tutto quello che di più materiale è in noi, e quindi traduciamo in fredda chimica le funzioni dello stomaco e quelle del fegato, in meccanica quelle degli arti, in fisica quelle del cuore e del sangue, in elettronica quelle della vista e del cervello, all'insegna di un progresso sempre più tecnologico che è guidato da un solo e principale traguardo, che è quello di un più razionale benessere.
Talmente intenti in questa riproduzione della realtà, da trascurare la ragione prima per la quale siamo e possiamo dimostrare di essere soggetti che possiedono lo straordinario dono del ragionamento, come l'antica civiltà di quelle sculture in movimento, in qualche modo tenta di "illustraree di suggerirci".
E siamo talmente miopi, da non vedere quale sia la guida suprema dello spirito, non intravvedendo (se non molto raramente) quale sia la giusta ricerca, quella che può farci "assaporare" la vera costante della prossima dimensione umana, nella quale poter dimostrare di "essere veramente".
Piero Tellini, fu uno dei più grandi sceneggiatori italiani e fu anche regista. Dal 1950 al 1985, anno della sua morte, i suoi soggetti ricevettero 15 premi internazionali. Scrisse e firmò oltre 50 sceneggiature per il cinema. Nel 1965, mentre lavorava in Toscana, ad Ansedonia, l'albergatore che lo ospitava gli suggerì di cercare delle pietre e delle ossa preistoriche che erano in alcune grotte lì vicino. Il Tellini ci provò. Trovò diversi reperti. E, per 20 anni non smise più di cercare. Nel 1977, mentre era in America che girava un film, scoprì la quinta faccia (non scolpita) a fianco alla effige del presidente Washington, nel Sud Dakota a Black Hills sul Monte Rushmor. La sua scoperta, registrata su video-tape, andò in onda su Odeon e fu accolta da NBC New e da altre emittenti americane che gli dedicarono diverso spazio. Il Tellini scattò centinaia di foto e produsse dei filmati che ebbe occasione di proiettare in vari Musei americani. Intraprese una parte della ricerca anche con l'apporto di Peter Tompkins. Nel suo saggio: “La cultura di Ansedonia, la cultura anamorfica dell'apparenza”, 1985, Firenze, il Tellini puntò molto sulla conformazione anamorfica delle pietre e notò che molti dei ciottoli erano stati “lavorati” ad arte. Una parte era invece naturale. Insomma, secondo il Tellini, la Pietra aveva dei rapporti con l'Uomo e la sua entità spirituale che erano profondi. Rapporti e legami che si perdevano nella notte dei tempi. Interazioni che difficilmente potevano essere spiegate con la Scienza attuale ma che, indiscutibilmente, esistevano. Le immagini della Pietra gli indicavano che la Terra risultava abitata da Civiltà molto evolute, fin da tempi molto remoti e sorgeva evidente che la Pietra non era semplicemente della materia morta.

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