Aforismi

Dicono che gli animali non hanno un'anima...bè, io non ci credo.
Se avere un'anima significa essere in gradi di provare amore, fedeltà e gratitudine, allora gli animali sono migliori di tanti esseri umani.
J: Herriot

Le galassie sono settimine?

 

a cura di Vincenzo Zappalà
Lo Space Telescope ha spezzato un’altra barriera spazio-temporale e ha trascinato indietro le prime galassie. Probabilmente sono nate prima del previsto?
Proprio nel giorno della Befana si stanno presentando a Washington, durante la riunione annuale della Società Astronomica Americana, alcuni risultati ottenuti con la nuova camera infrarossa dello Space Telescope, la ormai celebre Wide Field Camera 3 (WFC3), che nell’agosto del 2009 ha ottenuto un’immagine meravigliosa di un campo ultra profondo nello spazio e nel tempo. Questa prende il nome di HUDF09 ed è stata sapientemente “combinata” con la più anziana HUDF (immagine puramente ottica) del 2004.
Si è potuto vedere che le galassie più lontane e quindi più antiche, mostrano una luce intensamente blu a tal punto che risulta chiara la loro povertà in elementi pesanti. Devono perciò essere formate da stelle di primissima generazione, quelle veramente primordiali che non avevano ancora a loro disposizione gli elementi pesanti che si sarebbero formati solo dopo attraverso le esplosioni di supernove. Studiando attentamente queste galassie “bambine” si è visto che la loro nascita deve essere spostata indietro rispetto a quanto pensato finora. Probabilmente intorno ai 500-600 milioni di anni dopo il Big Bang e non verso i 700-800 come pensato precedentemente. A questo punto il futuro James Webb Space Telescope, che sarà lanciato nel 2014, sarà fondamentale per vedere direttamente la nascita delle prime strutture dell’ Universo.

Intanto si può dire che viene confermata l’idea che le galassie si formino attraverso l’aggregazione di strutture più piccole che poi si riuniscono man mano in gruppi sempre più grandi e affollati. Un po’ come da tanti piccoli ruscelli che si buttano nei torrenti e poi nei grandi fiumi, per arrivare, infine, a sfociare nel mare. Le galassie osservate dalla WFC3 hanno generalmente dimensioni che sono solo circa 1/20 della nostra Via Lattea. Dei veri e propri mattoni primordiali, come i sono stati i planetesimi per la formazione dei pianeti (le regole della Natura sono sempre molto simili nella loro bellezza e semplicità).

Un ulteriore aiuto alla lettura dei dati dell’HUDF09 è venuto dalle osservazioni del telescopio Spitzer, soprattutto per quanto riguarda il calcolo della massa e dell’età di queste strutture antichissime. La massa “normale” risulta essere pari a solo un centesimo di quella della nostra odierna galassia. Sembra anche che osservando galassie di “solo” 700 milioni d’anni, le stelle che le formano devono comunque avere già qualche centinaio di milioni d’anni di vita. Anche l’origine della prima stella va quindi portato indietro.
Per completezza ricordo che le galassie osservate in questa immagine ormai famosa mostrano un redshift fino a z = 8.5, ossia un’età anche superiore ai 13.1 miliardi di anni fa. Siamo veramente ai limiti della strumentazione attuale. Tutte le misure diventano difficili ed incerte. Adesso bisogna solo aspettare il futuro.

Questa è l’immagine più profonda mai ottenuta con lo Space Telescope in luce infrarossa. Gli oggetti più deboli e lontani (mostrati dai cerchietti nei due riquadri) distano almeno 13.1 miliardi di Anni Luce. Il loro colore è azzurro e quindi le fa pensare come oggetti veramente primitivi, formatesi non oltre i 500-600 milioni di anni dopo il Big Bang e composte da stele di primissima generazione, prive o quasi di elementi pesanti.
Fonte:
Immagine in alto: Uno schema molto recente che mostra le scale temporali ipotizzate dal momento del Big Bang fino ad’ora. Probabilmente bisognerà schiacciare ancor di più le fasi iniziali.

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LA BIORISONANZA OLOGRAFICA E LE LUCI WHITE

 

Il 
Giornale Onlinedi Alessandro De Benedittis
Il corpo umano genera, al pari di tutti i corpi viventi, un campo elettromagnetico che è di debole emissione, nel senso che a livello di onde cerebrali è rilevabile un segnale con intensità intorno ai 10–15 microampere. Se esso invece viene letto con sofisticati rilevatori SQUID risulta di un'intensità di pochi microtesla.
Per avere un termine di paragone con altri emettitori di campo elettromagnetico il nostro corpo ha una intensità di emissione milioni di volte più piccola del campo generato da un comune cellulare o da un Walkman o, a maggior ragione, da un apparecchio televisivo.
Da un punto di vista qualitativo invece studi recenti hanno rilevato che il segnale elettroencefalografico umano è molto "ricco" di informazione in quanto è rappresentativo dell'insieme delle emissioni del nostro corpo ed è indipendente dal punto di applicazione degli elettrodi rilevatori.
Ciò significa che esiste la cosiddetta riflessologia delle onde cerebrali grazie alla quale la elaborazione delle informazioni elettroencefalografiche ha permesso la creazione di una mappa olografica dell'intero nostro corpo in grado di stabilire una relazione tra ogni livello di frequenza cerebrale e parte del corpo ad essa corrispondente. In tal senso risulta che le frequenze basse sono collegate alla parte bassa del corpo così come le alte a quella alta, inoltre tra i vari livelli di frequenza appaiono delle strutture armoniche fondamentali che sono in relazione tra di loro con una precisa corrispondenza al sistema dei meridiani energetici o dei chakras. (Vedi fig. n°1)
La dimensione olografica di tali mappature è data dal fatto che singole parti, sia pur limitate del corpo umano sono rappresentative dell'intero, così come in una lastra fotografica laser la parte della stessa, se spezzata egualmente riproduce l'intero.

A tali risultati si è giunti grazie agli studi svolti presso la Maharishi University (negli stati uniti), dal dott. Maxwell Cade e, in Italia, dai dott. Marco Margnelli, Dott. Nitamo Montecucco e da Alberto Tedeschi.
Si è riscontrato inoltre che le frequenze di un singolo individuo variano se la stessa osservazione viene effettuata qualora esso faccia parte di un gruppo di altre persone presenti nello stesso ambiente ove viene fatta la rilevazione. Infatti se si misurano le onde cerebrali di un gruppo di persone presenti in uno stesso ambiente è possibile rilevare una relazione bioenergetica tra i loro corpi che si esprime in una olografia di biorisonanza tra di essi. Tale biorisonanza da luogo a una sincronizzazione del tutto spontanea dei segnali emessi da ciascuno. Accade pertanto che l'insieme delle emissioni dei singoli corpi si comportano come un sistema nel quale le differenze di segnale emesso tendono ad omogeneizzarsi e ridursi raggiungendo una impressionante similitudine.
Come è possibile che corpi/persone distinte possano sincronizzarsi al punto di omologarsi in una contemporaneità e somiglianza di emissioni? Ciò succede perché vi è una relazione di risonanza naturale tra l'ambiente elettromagnetico esterno (emissioni elettromagnetiche dei corpi esterni ed emissioni ambientali) e quello interno. In altri termini: grazie alla risonanza olografia interna tra le parti di un corpo, ogni organo interno viene "rappresentato" in termini di segnale emesso dall'insieme delle emissioni elettromagnetiche rilevabili con un elettroencefalogramma, parimenti la biorisonanza olografica esterna fa si corpi distinti manifestino vibrazioni che tendono a rappresentare quelle dell'intero gruppo.
Pertanto, mentre il limite biochimico tra corpi rimane inalterato, la vicinanza fisica permette uno scambio elettromagnetico che va oltre i limiti di ognuno al punto che ogni corpo, da un punto di vista elettromagnetico, diviene a sua volta organo del corpo più grande costituito dall'insieme degli individui. Quindi ciò che accade all'interno di un corpo, a livello elettromagnetico accade anche tra più corpi e tra questi e l'ambiente circostante (quindi la riproduzione olografica del segnale emesso dalle componenti di un sistema si allarga a tutti componenti dello stesso, indipendentemente dalle dimensioni e dal numero dei componenti stessi). Cioè, da un punto di vista elettromagnetico, il nostro corpo non ha confini.
Una delle conseguenze di questo fenomeno è che noi stessi, a livello corporeo o meglio vibrazionale oltre a convibrare con l'esterno "cerchiamo" o "generiamo" intorno a noi ambienti compatibili con la nostra energia di base al fine di renderci coerenti con esso.
Tale ricerca dell'equilibrio energetico e quindi delle situazioni di minimo "attrito" può essere letta in termini di fisica quantistica, come una ricerca del minimo "sforzo", cioè di minima energia impiegata al fine di raggiungere una situazione sostenibile tra noi e il nostro ambiente, questo non significa affatto che noi si cerchi comunque una armonia tra noi e il nostro ambiente, molto più "semplicemente" si è alla ricerca di un equilibrio energetico, che in termini valoriali può significare che qualsiasi tipologia è ammessa, dalla migliore alla più "inquinata" purché mantenga il principio del minimo sforzo.
Secondo la fisica quantistica i sistemi (e quindi i corpi) cercano spontaneamente una situazione nella quale l' energia utilizzata per mantenere l'equilibrio omeostatico tra interno ed esterno viene ottimizzata grazie alla riduzione progressiva delle differenze energetiche e informative tra i singoli componenti del sistema stesso e questo vale sia all'interno di un corpo che tra questo e il suo ambiente.
La lettura dell'EEG del cervello è la rappresentazione vibrazionale dell'equilibrio omeostatico di noi stessi con l'ambiente e quindi dell'insieme delle energie emesse dagli organi interni del corpo, siano essi fisici o più sottili. Lo stesso equilibrio è rilevabile dalla lettura tramite la riflessologia plantare o l'iridologia.
Passando invece dalla semplice lettura della nostra energia alla sua diagnosi e alla cura va rilevato un altro fenomeno estremamente interessante che è legato alla possibilità non solo di percepire la situazione energetico/vibrazionale di un organo interno, ma anche di agire a ritroso sullo stesso organo mediante la "manipolazione" dei suoi "terminali" vibrazionali/energetici presenti ad esempio nella mano o nel piede.

In tal modo, agendo dall'esterno, è possibile intervenire sugli organi interni (fig.2) mediante applicazioni meccaniche come la pressione (shiatzu) o di calore (moxa) o di aghi nei meridiani (agopuntura). Ogni organo o componente del sistema umano pertanto emette segnale e riceve, dando luogo a un interminabile "matassa" energetica distribuita nell'intero corpo che può essere modificata e manipolata agendo non solo meccanicamente sui terminali dello stesso, ma anche energeticamente immettendo vibrazioni specifiche atte ad interferire con quelle emesse dall'organo su cui si interviene.
Questo fenomeno apre la possibilità della cura mediante intervento energetico o vibrazionale sugli organi interni escludendo, quale principio attivo, l'utilizzo di sostanze biochimiche. Tale metodologia comprende anche l'omeopatia, in quanto, utilizzando comunque sostanze "fisiche", di queste in realtà viene utilizzato soltanto il messaggio vibrazionale memorizzato nell' acqua.
La metodologia della medicina vibrazionale infatti ha scoperto la possibilità di dialogare con gli organi del corpo umano mediante un linguaggio vibrazionale e non biochimico.
Questa nuova medicina, a differenza di quella allopatica/biochimica ha il vantaggio di non usare sostanze tossiche e di agire direttamente senza generare effetti secondari indesiderati (malattie iatrogene), non solo, ma in virtù della possibilità di leggere la mappa energetica interna, è possibile effettuare diagnosi molto più puntuali e precise.
L'individuazione della malattia avviene sfruttando il principio della risonanza, grazie al quale l'organo o la parte non armonica risulta patologicamente impossibilitato a risuonare dinamicamente con l'esterno, ovvero è in ristagno di energia con un eccesso di coerenza biochimica; il segnale elettromagnetico che corrisponde olograficamente alla zona patologica è stabile nel tempo, ed è a tutti gli effetti una cristallizzazione biochimica ed elettromagnetica (ovvero la parte si comporta rispetto al resto del sistema come un sistema chiuso che perde la sua caratteristica olografica; quanto più alto è il livello della patologia , tanto maggiore è l'isolamento rispetto all'insieme fino ad arrivare allo stato patologico cronico).
Il limite della medicina vibrazionale è dato dalla soggettività della diagnosi che necessariamente è effettuata dal terapeuta in base ai dati di cui dispone. Questo fatto comunque di per sé non porrebbe tale metodologia di cura tanto distante da quella tradizionale se non intervenisse, a inficiare in tutto o in parte la non invasività del metodo, la necessità di basare la diagnosi su dati sfuggenti e assai difficili da rilevare quali la dimensione energetico-vibrazionale del "paziente". Una diagnosi kinesiologica, oppure fatta con EAV (elettro agopuntura di Voll), o con il Vega test, infatti può essere inficiata dalla biorisonanza del corpo del terapista con quello del paziente in quanto, costituiscono un unico campo elettromagnetico. Pertanto è certo che il terapista ha effettuato una parte della diagnosi su se stesso, perché non è materialmente possibile stabilire una separazione netta a livello energetico tra sé e il paziente.
Pertanto la bontà della cura assicurata dal metodo vibrazionale può in tutto o in parte essere invalidata dall'errore di lettura e quindi di diagnosi con il grosso problema etico di testare con la stessa metodica un'insieme di rimedi vibrazionali che vanno ad equilibrare l'interdipendenza bioenergetica tra paziente e terapeuta e non la reale sostanza patologica; la terapia porta quindi a una reale dipendenza bioenergetica e a una falsa condizione di salute.
Ideale sarebbe che il paziente potesse da solo effettuare sia la diagnosi che la terapia escludendo ogni intervento esterno. Non si porrebbe, in tal caso da parte del terapista, il problema della "sua" interferenza e quindi del possibile errore.
Attualmente esiste una soluzione al problema data dal metodo WHITE®. Con esso il paziente utilizza la sua energia per informare lo strumento di cura. In tal modo si realizza un rimedio isoterapico, cioè basato su un principio attivo "prelevato" dallo stesso paziente. Si utilizza la naturale proprietà del corpo di emettere un segnale elettromagnetico olografico che è fedelmente rappresentativo dello stato elettromagnetico del corpo, e quindi della eventuale patologia.
La creazione del cosiddetto rimedio olografico sincronico o acqua di WHITE si fa realizza nel seguente modo:
il paziente agita tra le mani una boccettina contenente acqua minerale naturale e, tramite una leggera succussione, le molecole dell' acqua vengono attivate dal segnale elettromagnetico emesso dalla mano. L'informazione in tal modo trasferita all' acqua viene successivamente rifasata con la luce WHITE attraverso un processo di fisica quantistica per il quale l' acqua perde il contenuto informativo elettromagnetico legato alla patologia e diventa un rimedio ad alta risoluzione olografica che va a colpire direttamente i tessuti o gli organi che sono in ristagno di energia. Risultato di tale intervento è l'"apertura" elettromagnetica delle zone di ristagno che riacquisiscono la loro caratteristica olografica originaria. Il principio di attivazione dell' acqua o olio di WHITE si chiama biorisonanza olografica (holographic bioresonance®).
Il metodo WHITE è quindi un metodo etico perché usa la stessa energia del paziente e limita fortemente la problematica della diagnostica.
Il funzionamento fisico della luce WHITE deriva direttamente dalla teoria QED (Quantum Electrodynamics) del professor Giuliano Preparata recentemente scomparso e del professor Emilio Del Giudice. Il gruppo ricerca luci WHITE è quindi composto da medici, psicologi, tecnici e naturopati tra i quali segnaliamo: per la parte bioenergetica: Dott. Marco Del Prete, Dott. Pietro Rabolli, Dott. Elio Sermoneta, Dott. Vanni Zacchi.
Per la parte psicologica e naturopatica: Prof. Claudio Viacava
Per la parte di indagine radiestesica e geopatologica: Dott. Roberto Tresoldi e Dott. Giampiero Quadrelli.
Per gli aspetti sulla coscienza e di coordinamento: Alberto Tedeschi.
Il gruppo ricerche WHITE ha intenzione di redire un libro sulle ricerche svolte dedicato alla memoria del Prof. Preparata.
Per informazioni e conferenze sulla luce WHITE e la biorisonanza olografica:

-email-
bibliografia consigliata:
-Medicina Naturale luglio agosto 1997 articolo "Onda su onda, per una riflessologia delle onde cerebrali" A.Tedeschi pag 78
-"Terapie Vibrazionali" ed. Tecniche Nuove di Roberto Tresoldi
-"Omeopatia e Bioenergetica" di Emilio e Nicola Del Giudice ed. Cortina International
Fonte:

tratto da : Altro Giornale

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Auguri, Principe del Mistero

 

Auguri, Principe del Mistero

30 gennaio 2010. Un giorno particolare. Un compleanno da ricordare. A compiere gli anni, dovunque si trovino la sua anima e il suo corpo, è Raimondo de Sangro, il principe alchimista che, a distanza di 300 anni dalla sua nascita fa ancora parlare di sè, delle sue innumerevoli invenzioni e dei suoi segreti.
La figura del principe partenopeo è da sempre avvolta nel mistero e tante sono le leggende che ruotano attorno al personaggio. Come quella della sua morte avvenuta in circostanze mai chiarite quel lontano 22 marzo del 1771. Si racconta che Raimondo, sentendosi vicino alla fine, decise di attuare un esperimento sul quale aveva lavorato per anni e che gli avrebbe dato vita immortale. Farsi tagliare a pezzi da un fidato cameriere e farli riporre in una cassa era parte del piano; rinascere dai suoi stessi resti, per non morire mai più, era l’obiettivo. Ma i parenti del principe, all’oscuro di quanto accadeva, aprirono quella cassa. Troppo presto. Il corpo di Raimondo era ancora “in processo di saldatura” quando tentò di rialzarsi per ricadere subito dopo emettendo un urlo straziante e morire per sempre.
Ma a volte queste cose capitano. Capita che un uomo nasca sotto una cattiva stella e che, per quanto cerchi di ribellarsi a un destino già segnato, questo continui inesorabilmente a fare semplicemente il suo corso.

Rimasto orfano di madre (Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona) troppo presto e, allontanato dal padre, Antonio di Sangro, che fu costretto a lasciare l’Italia, Raimondo venne cresciuto dal nonno paterno, Paolo, che lo portò a vivere a Napoli. Fu sullo sfondo di questa sua nuova residenza, fissata nello stesso maledetto palazzo che, due secoli prima era stato triste scenario dell’amore e della morte di Fabrizio Carafa e Maria D’Avalos per mano di Carlo Gesualdo, che Raimondo cominciò a distinguersi per la sua genialità. Il nonno non tardò ad accorgersene e lo iscrisse al collegio dei Gesuiti a Roma, dove la preparazione del nostro Principe raggiunse livelli altissimi. Raimondo si vantava dei suoi saperi e la fama delle sue piccole-grandi scoperte presto valicò i confini del suo castello. Ma l’alchimista napoletano che, alla morte del nonno eredita titolo e patrimonio e che sposa sua cugina Carlotta Gaetani dell’Aquila d’Aragona, non mette in piazza tutte le sue attività, perchè di alcune cose, lui lo sa, è bene non parlare. Come del suo rapporto con la Massoneria, di cui la storia lo vuole addirittura Gran Maestro e a cui il principe scienziato “dedicò” la struttura stessa di quelle che oggi è una delle cappelle partenopee più visitate dai turisti.
Il motivo di tanto interesse per la Cappella di Sansevero va rinvenuta soprattutto in uno strepitoso Cristo di marmo avvolto da un velo talmente reale, che leggenda vuole sia stato il risultato di una delle innumerevoli magie di Raimondo.
E tuttavia, queste sue magie non servirono a restituirgli una vita che, per molti aspetti, si consumò all’ombra del dolore. Le sue magie non riuscirono a farlo vivere oltre la morte. Eppure lui, l’alchimista per eccellenza, una vittoria l’ha ottenuta. Se è vero, com’è vero, che dopo 300 anni ancora si parla di lui; se è vero che nonostante gli studi condotti sulla sua figura ancora restano bui molti aspetti legati alla sua esistenza; se è vero che i più grandi studiosi ancora si interrogano sulle sue stranezze, allora la verità è solo una: Raimondo Sansevero immortale lo è diventato per davvero.
Un segno di tale immortalità la si può rinvenire nelle tante manifestazioni in programma, in questi giorni, per celebrare il suo trecentesimo compleanno.
Il concerto Solve et coagula di Accordone Ensemble, che proprio stasera si terrà nella Cappella di Sansevero sarà la prima di tante altre rappresentazioni, anche teatrali, che riporteranno il principe in vita.
E a quanti credono nei fantasmi, si consiglia di non limitarsi a rivivere il principe solo attraverso gli attori che lo interpreteranno e le voci che lo celebreranno, ma di tentare di scorgere la sua ombra in qualche angolo della cappella per potergli sussurrare: buon compleanno Raimondo. (Laura Ciotola)

 

fonte: Gialli.it

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L'ordine delle Formule del Libro dei Morti e la costellazione di Orione, Sahu

 

libro-dei-mortiL'ordine delle Formule del Libro dei Morti e la costellazione di Orione, Sahu. L’integrità del Libro dei Morti degli Antichi Egizi ci viene consegnata dal Papiro di Torino di recenzione Tebana, catalogato con il numero 1791, appartenuto a Ieufank. Il papiro è stato copiato dal Lepsius nel 1836 e stampato in veste litografica nel 1842. Il Lepsius assegnò la ripartizione del testo geroglifico del papiro in “Capitoli” dandogli il titolo di Libro dei Morti. Tuttavia la traduzione esatta del titolo è: Libro per uscire al giorno con riferimento alla virtù...

... rigeneratrice di Osiride, attivata mediante la recitazione, da parte del sacerdote lettore (Kheri-Heb), delle “Formule” del testo che evocano un percorso iniziatico, come dimostreremo. Nei riguardi del Libro dei Morti degli Antichi Egizi, all’epoca della tradizione saitica (XXV Dinastia - 550 a.C.) avvenne una catalogazione delle varie sequenze del mito osiriaco tale da conseguire ordine e omogeneità al precedente apporto che dal Nuovo Regno giungeva sino alla redazione Tardo Tebana (XX-XXV Dinastia). L’apparente disordine nella successione dei testi del Libro dei Morti nel Nuovo Regno, i migliaia di rotoli contenenti spesso soltanto un’unica Formula, trova la sua giustificazione nel fatto che nel periodo dei Testi dei Sarcofaghi (VI alla XII Dinastia) l’intera trama del percorso di conoscenza e illuminazione è costituito da tutto il sarcofago nelle sue varie strutture; pertanto anche un’unica Formula, portata seco dall’Osiride nel sarcofago, potrebbe sottolineare lo stadio o il riferimento in vita che questi ha assunto devozionalmente nel suo cammino di trasformazione in riferimento al credo del Libro dei Morti e all’intera tradizione originaria frammentariamente ricopiata ad personam dagli scribi dal deposito originario, sia pure sotto l’influenza del processo di democratizzazione che estese la produzione dei papiri al popolo. In un contesto di lettura costituito in toto dal sarcofago stesso, o, svincolato da esso, in un contesto altrimenti costituito dal rituale a noi non pervenuto perché orale, quell’unica Formula è quindi da intendersi rappresentativa del Libro dei Morti nella sua completezza.

A proposito della ripartizione in “Capitoli” dai papiri del Libro dei Morti egizio, si è tuttavia sempre parlato di ordine arbitrario e casuale, di almanacco magico raccolto insieme dagli scribi, per esclusivo uso funerario. Ma proprio dal Libro dei Morti, ci giunge un brano che ci ragguaglia sulla tecnica operativa attuata nell’attraversamento delle ore magiche, da parte dell’Osiride e della schiera degli dèi egizi che inquadrano non “Capitoli” ma Formule iniziatiche poste in sequenza coerente.

Come specifica il testo, l’Osiride, inscrivendo alle sue spalle la costellazione di Orione (Sahu) [1]

, enumera 24 ore magiche, Formula 64ª:

Io sono il Guardiano delle loro cose, lavorando nelle ore del giorno e aggiustandole spalle della costellazione Sahu: sono ventiquattro [altri testi: dodici](le ore) che passano tenendosi unite per mano, ad una ad una, ma è la sesta che è nella Duat è «l’Ora notturna che rovescia i Sebau» [...] Shu (il dio dell’aria) impone che io splenda come Signore di Vita, vero e bello, e che io faccia uscire la settima [ora] e gli amuleti sono per i suoi Glorificati.

Analogamente il Libro Egizio degli Inferi XVIII dinastia, in forma di manuale iniziatico, tratta dell’animazione di forze, da parte del dio Osiride, esplicata durante l’esperienza magica, nell’attraversamento di dodici ore; forze dislocate in sedi apposite, sorvegliate da guardiani alloggiati in Torri di residenza dette «Arrit», sin dalla Prima Ora:

Il dio passa nell’aspetto di Ariete e (nelle sedi magiche) compie le sue trasformazioni. I morti non lo seguono, ma restano nell’Arrit mentre egli dà ordini agli dèi che vi sono. Chiunque avrà fatto ciò a similitudine di quello che è nella «Occulta dimora», chiunque avrà conoscenza di queste similitudini, che sono questo stesso grande dio, avrà grande giovamento sulla terra.

È nel campo operativo del proprio vissuto che si attua la trasformazione e il mutamento dell’esperienza, come specifica un papiro attinente al precedente:

Tu hai potere sui poteri che sono in te.

Ne consegue che la similitudine fondamentale dei testi funerari, oltre ad essere quella della resurrezione di Osiride, è anche quella dell’assunzione di un percorso virtuale all’interno delle forze preesistenti in ogni individuo, che vengono trainate nella nuova forma dal potere di dislocazione dato dagli dèi del cielo. Le forze vengono in tal modo trasformate in moduli operativi o archetipi, visualizzati da geni che animano le ipostasi magiche.

Nelle scene provenienti dai vari frammenti dei papiri funerari del Nuovo Impero, come anche nei Testi dei Sarcofagi che appaiono nella XI dinastia, redatti per uso privato, questi geni sono contrassegnati ed isolati nella loro specificità dagli emblemi figurativi delle Porte dei passaggi che governano e orientano l’accesso e l’uscita dal campo magico.

Questo assunto è confermato, a partire dalla XXV dinastia, dalla sequenza significante dei testi che nelle tombe corredano le Porte preposte agli accessi, da un ambiente all’altro, nelle sale funerarie. In tale epoca si formalizza il modello di tomba la cui pianta ricalca la struttura classica ad ipogeo della tomba di Osiride ad Abido. Nella tomba di Harwa, Grande Maggiordomo della Divina Adoratrice all’epoca di Amenirdis I (740-700 a.C.) la partitura delle iscrizioni parietali riferite al culto del sole è posta nella parte meridionale; anche la sequenza distributiva degli scritti sui pilastri della Prima Sala Ipostila riguardanti il Libro delle Ore del Giorno e della Notte comincia ad Ovest e termina ad Est, così da riprodurre il corso del sole nell’oltretomba 4.

Entrambi i testi assumono l’asse centrale della pianta della tomba come un’ipostasi, sostenente la trama rivelatrice di una successione ordinata di «capitoli», la cui composizione riguarda la vita, la morte e la rinascita dell’iniziato che, identificandosi col dio Osiride, ne ripercorre le tappe mistiche in un cammino di potenza.

Concezione che nel Libro dei Morti egizio, papiro di Ieufankh, conservato a Torino, recenzione Saitica, prende ritmo e coerenza nella compagine delle Formule. Il papiro ci è pervenuto in un unico rotolo che mostra il percorso dell’Osiride, dalle Formule d’ingresso, sino alla glorificazione finale.

Risulta accertato che in tale periodo gli scribi operarono un rilettura dei motivi fondamentali della tradizione funeraria, conferendo al testo nuova omogeneità. Come su accennato, le cesure che separano, nel papiro di Ieufankh, una Formula dall’altra, hanno ispirato il Lepsius ad attribuire ad ogni Formula del testo un “Capitolo” con numero di notazione romana.

Tutti gli studiosi indistintamente hanno considerato questa divisione una consuetudine.

Tuttavia, nello stesso papiro, il susseguirsi delle Formule in un unico rotolo, suddivise le une dalle altre da due barrette consecutive, ivi comprese le sezioni iconografiche, dette “ vignette”, la cui realtà è piuttosto quella di un ipertesto in immagini, fonda e inquadra le tappe del cammino iniziatico dell’Osiride, secondo un ordine degli archetipi che lo scriba va man mano illustrando nei miti relativi.

Questa idea ci ha guidati nel voler rintracciare una sequenza di immagini coerenti ed inscrivibili in numeri ordinali. Sequenze di numeri che le concezioni Ermopolitane ed Eliopolitane, fondate, rispettivamente, su otto e su nove dèi, giustificano.

Difatti le due concezioni interagiscono nella compagine delle Formule del Libro dei Morti egizio.

Le Formule, a guisa di invocazioni, costituiscono in sequenza l’assunzione delle facoltà solari da parte dell’Osiride nel suo uscire al giorno, e prendono avvio sin dalla Formula 1ª del testo col definire una prima pulsazione ottonaria data dal dio Thoth di Ermopoli, che si manifesta:

Nel giorno del Pesare le Parole.

Ivi la pulsazione sarà modulata all’interno di una dinamica novenaria attuata in On, la città dai nove dèi:

Nella dimora del Capo che è in On (Eliopoli).

Sarà stabilito alla formula 8ª del testo, il fulcro del processo:

Si chiude l’Ora. Io sigillo la testa di di Thoth che rende potente l’Occhio di Horo.

Nei multipli dell’ottonario, motivo dominante dei rituali d’ingresso, la pulsazione si definisce per successivi registri di potenza, cui si accompagnano inni alle divinità solari, come ad esempio alla Formula 15ª, illustrati nella vignetta della Formula 16ª cioè

2 x 8, in chiusura.

Il tema dominante della rigenerazione si specifica alla Formula 17ª, in cui si descrive la resurrezione degli Akhu, spiriti luminosi; seguono le varie Formule cui si riferiscono le tecniche per superare il Ro-stau,Luogo dell’alaggio sito alla partenza della barca di colui che cambia stato, che nella Formula 17ª è identificato come:

La porta a Sud di Arutef e l’ingresso a Nord della tomba di Osiride.

Ingresso annunciato (Ro) a colui che è volto a recuperare l’integrità del circolo cosmico ed uscire alla luce.

Per i multipli dell’ottonario costitutivo, il potenziale attivato si sviluppa in nuovi cicli che definiscono i segreti della cosmologia. Ad esempio alla Formula 32ª, cioè 4 · 8, si descrivono i quattro punti cardinali posti in relazione ad otto coccodrilli. Questi a loro volta siglano la serie dei cicli solari sessagenari, posti in relazione al circuito intrinseco dei decani connesso al moto dell’Occhio di Horo, per pulsazioni di dieci: la Formula 42ª vede agire il dio solare primigenio Unbu; la Formula 52ª contempla l’Osiride, con pani d’offerta per il dio Thoth, posto a turno tra coloro che riposano sotto il sicomoro della dea Hathor. La Formula 62ª contempla il potere di Aamt che sigilla, per pulsazione ternaria, il periplo d’Inondazione governato alla Formula 60ª da Hapi; mentre alla Formula 64ª cioè 8 · 8, la rinascita è già definita e l’Osiride pronuncia la frase:

Io sono lo Ieri e conosco il Domani.

Con questa affermazione Osiride si dichiara padrone rinnovato degli elementi della personalità e della coscienza, volto al controllo dei nuovi requisiti di potenza che ha conseguito, tramite il corpo di fruizione. Si avvia quindi il processo di trasfigurazione: dalla Formula 64ª alla Formula 128ª, cioè 8 · 16. L’Osiride può seguire il Sole nel suo incedere e assumere ogni aspetto che desidera, salendo in barca, Formula 129ª, sino a controllare il mondo della manifestazione passando i Capi della Duat e così stabilendo i natali della potenza a partire dalla Formula 130ª, che descrive l’apertura dei quattro orizzonti del nuovo cielo e l’ingresso della barca dell’Osiride a fianco del Sole, insieme agli dèi seguaci di Thoth.

Si viene a costituire una unità composita, data dal Sole, dagli dèi e dall’Osiride, che viene trainata dalla coppia di Barche sacre, presentate sin dalla prima Formula: una è la Barca Nesektet del sacro Sahu (Orione) che attraversa il Nu (Abisso liquido), l'altra è la Barca Neshemet sulla quale avanza Osiride. Queste esprimono una matrice di distribuzioni future. I mutamenti di stato sono determinati dalle figure degli dèi che ruotano in seno all’unità del Sole e si rinnovano con l’astro ad ogni periplo. Di rimando le potenze degli dèi, associando il proprio nome rilevato dalla tradizione d’appartenenza a quello della qualità in atto del dio Sole (nella tripartizione codificata Khepri-Ra-Atum), esprimono l’idea della rotazione celeste che – quale significante – induce e nomina l’energia in trasformazione.

Le Barche sacre ruotano purificando il destino dell’Osiride per i diversi piani concentrici della luce; all’interno degli scafi le ipostasi degli dèi assumono forme plurali e connotazioni miste, senza mai abbandonare il riferimento semantico con le matrici d’origine che veicolano le divinità all’interno del mito.

Il mito esige formule che, come le sfaccettature del diamante, splendono per luci parziali riflesse. Tali formule insegnano la metamorfosi o le trasformazioni per le quali deve passare l’anima o la coscienza attraversando le figure esoteriche della luce, escrivendo le tappe di un viaggio iniziatico. Il testo del Librodei Morti egizio oLibro delle Formule per uscire al giorno, in guisa di amuleto, veniva portato seco sin nella tomba, affinché aiutasse l’anima in cammino verso le novelle incarnazioni concesse ad un cuore purificato.

Purificare e pesare il cuore nella sala della sacra Bilancia, così come calibrare correttamente l’uso di altri organi preposti alla coscienza, equivale per il defunto a dislocare le funzioni vitali dell’anima nelle sedi preposte alla evoluzione del destino solare. Questo processo è figurato dal rinascere della Fenice nell’ambito del simbolismo cosmico precedentemente considerato, che ha nella matrice ottonaria e nella evoluzione novenaria il suo segreto.

Alla luce di quanto esposto potremo definire all’interno del circuito delle Formule del Libro dei Morti egizio papiro di Ieufankh, dieci sequenze o tappe date da una doppia scansione ottonaria, suggerita di volta in volta nel testo dalle diciture: Inizio delle formule... Inizio dei piloni... ecc. Quindi avremo le sequenze:

1-16, 17-32, 33-48, 49-64, 65-80,

81-96, 97-112, 113-128, 129-144, 145-160.

La Formula 160ª contempla il simbolo di repère:

Formula della Colonnetta che Thoth dona ai suoi adoratori.

In essa viene descritto Thoth, governatore dell’ottonario, mentre riceve Shu a Neschem. Il nesso rimanda alla Formula 1ª, nella quale, sotto il controllo di Thoth, per la prima volta viene invocata la barca Neshemet che si inoltra ad Oriente trasportando l’Osiride. Alla seconda e ultima invocazione della barca Neshemet si chiude il periplo: Formula 160ª.

Qui giunti, superata la serie di dieci sequenze suddetta, si avrà la «Formula per forzare l’ingresso in cielo», di nuovo ad opera di Thoth, che corrisponde nell’ordine alla161ª. Vedi Figura. Ivi vengono citati i punti cardinali assunti come forze ormai attive sotto il governo congiunto del Sole e dell’Osiride.

Formule_da_155_a_161_002

Dalla Formula 155 alla Formula 161 del L.d.M. papiro di Torino, cat.1791

Segue in chiusa la «Formula per produrre una fiamma sotto la testa dell’Osiride», la 162ª, nella quale si palesa la funzione protettiva dei «Guardiani del fuoco» È questo il «testo del Tempio occulto», alla cui cesura si ricollegano e si innestano, per nuova pulsazione novenaria, le «strade» di trasformazione, il cui avvio nel testo è stabilito alla Formula 9ª, e il cui esito finale è dato dall’espressione 9 · 18 = 162.

Alla Formula 9ª si descrive il cammino dell’Osiride nell’Amenti:

Ha schiuso ogni via in cielo e in terra al padre [...] Egli ha fatto la strada.

Tappa ratificata dalla Formula 10ª nella quale l’Osiride esce giustificato.

Da qui il percorso di trasformazione prende diverso avvio per le tappe del novenario e multipli di esso. La Formula 18ª contempla la trasformazione del potere di Horo, sancita da Set:

L’erezione delle aste di Horo, è la frase di Seth ai suoi seguaci: Si innalzano qui i pilastri.

La Compagnia degli Dèi confermerà con un talismano di giustificazione il moto d’avanzamento di Horo, quando questi s’impadronisce della Meskhenet del Cielo. Il moto si dà in 19 rivoluzioni solari coincidente con 235 lunazioni; permette di conferire all’Osiride la Corona solare di Atum con la quale potrà avanzare nel fuoco: Formula 19ª.

Sulla ipostasi della sequenza ottonaria delle Formule del Libro dei Morti egizio, papiro di Ieufankh, si inscrive quindi un circuito di nove sequenze o «strade», designate da una doppia scansione novenaria:

1-18, 19-36, 37-54, 55-72, 73-90, 91-108,

109-126, 127-144, 145-162.

Le «strade» si completano nel Libro dei Morti egizio, papiro di Ani conservato a Londra, recenzione Tebana, prima della Formula 190ª di chiusura, con le sequenze:

163-180, 181-189.

Alla Formula 162ª, nella sequenza del Libro dei Morti egizio, papiro di Ieufankh, seguono tre Formule «in aggiunta al Libro per uscire al giorno».

La prima dedicata al «Signore dei due Occhi», Ammon, Formula 163ª; quindi Ammon in veste di Serpente solare dona il ventaglio di piume degli dèi a Sekhmet, figlia del dio Sole, identificata come dama della Corona Bianca e di quella Rossa, Formula 164ª; infine Amon in veste di Leone solare assume il sostantivo Rorelativo all’annuncio del passaggio dal mondo dell’Amenti al mondo solare, mentre attraverso le «pelli nascoste» si ricollega alle tappe d’avvio del circuito in associazione ai simboli dello Scarabeo, del Sole sorgente e dell’Ariete, Formula 165ª.

Infine riveliamo che, in accordo al numero delle lunazioni – tredici – presenti nei dodici mesi di un anno solare, si registrano altrettante vie «per adorare Ra» «e schiudere la capigliatura di Osiride», Formula 13ª. La capigliatura di Osiride è animata da Iside; nell’unione misterica Osiride (sole) e Iside (luna) sono un’unica immagine, Formula 17ª:

L’Osiride, egli stesso è Iside: tu lo hai trovato mentre rialzava la sua capigliatura su di lui.

A questo segreto si riconduce il circuito lunisolare il cui primo avvicendarsi è dato dalla «Formula per entrare e per uscire», la 12ª. Cui fa seguito l’espressione analoga della «Formula per entrare dopo essere uscito», la 13ª, in cui si descrive il moto della Fenice: "Io entro come un sacro falcone ed esco come un Bennu( Fenice) all'alba".

Ecco allora formalizzarsi nel Libro dei Morti egizio, papiro di Torino, altre tredici fasi distinte contenenti ciascuna dodici Formule:

1-12, 13-24, 25-36, 37-48, 49-60, 61-72, 73-84,

85-96, 97-108, 109-120, 121-132, 133-144, 145-156.

Che si completano nel Libro dei Morti, papiro di Ani, con le fasi:

157-168, 169-180.

In questa redazione, il numero 180 corrisponde alla rotazione conclusiva, numero che indica nella corrispondente Formula del Libro deiMortiegizio, papiro di Ani, l’asse solstiziale di Ptah-Tatenen inscritto nella sfera del cosmo che il dio Ra, signore dell’Akuert «ha presentato, quale scettro, allo spirito stellare di Sirio (Sothis)» per essere «venerato dalle quattro regioni dello spazio» nelle sembianze della Fenice, il Bennu di Heracleopolis, mentre come erede di Osiride è onorato con il diadema Nemes sulla fronte.

NelLibro dei Morti egizio, papiro di Ieufankh, alla Formula 157ª verrà focalizzata l’unione del circuito lunisolare, espresso con l’immagine di un «Avvoltoio d’oro» posto sotto il potere di Iside da porsi «al collo» dell’Osiride:

Iside è arrivata e volteggia sulle città e ricerca le sedi occulte di Horo dalla sua uscita dal papireto.

La simbologia solare dell’avvoltoio, nella funzione di Nekhbeth, è correlata al ruotare del cielo egizio, qui concomitante con la simbologia lunare del papireto, nel quale Iside ha allevato Horo.

La Formula citata descrive la congiunzione dei poteri lunari conseguiti da Horo con le potestà della Barca solare:

Ella (Iside) fa sì che Horo si unisca alla Barca e gli concede la sovranità sulla terra.

Seguono otto Formule il cui insieme si dà come giuntura sino all’ultima Formula del testo: dalla Formula 158ª alla Formula 165ª; la Formula 158ª e la Formula 159ª descrivono esplicitamente la prima un collare d’oro, la seconda una collana di feldspato verde, che l’Osiride indossa prima di ricongiungersi al ciclo ottonario, il cui esito finale è dato alla Formula 160ª nella quale si contempla la donazione di Thoth:

Colonnetta in feldspato verde che non può essere spezzata.

Da quanto esposto si evincono nel testo gruppi di Formule che descrivono il cielo in scansioni plurime, date sia dall’ottonario, sia dal novenario, che coordinano un circuito lunisolare.

Questo e altri aspetti iniziatici sono stati presentati nel libro L’occhio della Fenice, Sekhem Editore, da cui l’autore ha tratto questo articolo.

a cura di Umberto Capotummino

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1 Il termine Sahu indica la stabilità in riferimento alla colonna vertebrale del defunto ed è anche il nome della costellazione di Orione, Sahu. A proposito della convergenza di queste due simboli, riporto una nota di Mario Menichetti:

Il concetto di “stabilità” in egiziano antico è dato fondamentalmente dalla parola gen. femm. dd.t. Ciò premesso un altro lemma che si avvicini è   scc verbo caus. 3ae-lit esprimente il concetto di “sorgere”, “installare”, “stabilire” che in una presumibile forma di participio  imperfettivo passivo singolare (la cui peculiarità è data dal segno Wachtelküken w in coda alla radice) diventa  scc w – leggasi convenzionalmente sahau e esignifica “chi è installato” ”colui che è sorto”. Appare evidente lo stretto collegamento con il sostantivo s3 stante ad indicare la Costellazione di Orione. Infatti sccw significa proprio, come accennato, “colui che è sorto”. Un verbo affine a questo è anche  il causativo 2ae-lit  s3“glorificare” o ancor meglio “spiritualizzare ”.

Mario Menichetti è membro dell’Oriental Institut di Chicago, dell’ARF (The Amarna Research Foundation); dell’IICE (Istituto Italiano per la Cultura dell’Antico Egitto), affiliato al Museo Egizio di Torino.

Fonte: esonet.org

tratto da:   OOPArt.it MAGAZINE

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